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Kumi-kata nel judo: leggere le prese dell’avversario e preparare il prossimo incontro

10 min di lettura
Kumi-kata nel judo: leggere le prese dell’avversario e preparare il prossimo incontro
In questo articolo

Al torneo regionale di ottobre ritrovi nel tabellone un avversario che hai già affrontato in primavera. Di quell’incontro ricordi l’ippon, forse la tecnica; molto meno con quale mano ha fatto la prima presa, se ha attaccato subito o dopo aver sistemato la seconda, e cosa faceva quando l’attacco non riusciva.

Eppure dalle prese si capisce già molto di un avversario: quale mano cerca per prima, dove la mette, quanto aspetta prima di entrare. Sono gesti concreti, che puoi descrivere e poi verificare la volta dopo.

In un taccuino degli avversari bastano poche righe per ciascuno:

  • le prese;
  • la direzione degli attacchi;
  • cosa succede a terra;
  • le penalità;
  • quello che hai fatto tu.

Poi due cose da provare al prossimo incontro. Qui sotto ti suggeriamo cosa osservare, cosa annotare e come farne un piano.

Destro o mancino: ai-yotsu e kenka-yotsu

La prima riga è la guardia dell’avversario, destra o sinistra, messa accanto alla tua: stessa guardia (ai-yotsu) o guardie opposte (kenka-yotsu). Scrivi tutte e due le guardie, non solo la sua, perché in kenka-yotsu «attaccare dal lato della presa» vuol dire una cosa per lui e un’altra per te. E se uno dei due cambia guardia, cambia anche la configurazione: da un solo incontro non esce un’etichetta definitiva.

Cosa dice la ricerca sulle prese

Che la lotta per le prese meriti attenzione non è solo un’impressione da bordo tatami. Suzan Schoof, Froukje Sliedrecht e Marije Elferink-Gemser, dell’Università di Groningen e del suo centro medico universitario, hanno passato in rassegna 23 studi sulle caratteristiche che distinguono judoka di livello diverso, in una revisione sistematica pubblicata nel 2024 sull’International Journal of Sports Science & Coaching.

Le prove più solide riguardano proprio il kumi-kata: le caratteristiche della lotta per le prese cambiano da un livello all’altro, e i judoka di livello più alto si riconoscono dalla capacità di proiettare l’avversario e di variare la tecnica. È una revisione pensata per individuare il talento, costruita su studi osservazionali. Dice che le prese contano, non quale scegliere.

Cosa succede di solito in quella fase lo riassumono Daniel Brandão Kashiwagura ed Emerson Franchini, del gruppo di ricerca sulle arti marziali e gli sport da combattimento dell’Università di San Paolo. Nella loro scoping review (una revisione esplorativa della letteratura), uscita nel 2022 sulla Revista de Artes Marciales Asiáticas, hanno mappato 41 studi sulla lotta per le prese, selezionati fra 286 lavori in lingua inglese pubblicati fino a dicembre 2020.

Dalla mappatura emerge questo quadro:

  • la presa più usata era manica e bavero;
  • la configurazione più frequente era il kenka-yotsu;
  • gli atleti più esperti tenevano il judogi per meno tempo prima di attaccare;
  • gli uomini, soprattutto nelle categorie pesanti, tenevano la presa più a lungo e usavano più spesso prese difensive, con entrambe le mani sul bavero.

Gli autori ricordano anche che con le regole attuali senza presa non c’è proiezione. Sono tendenze di gruppo, quasi sempre su atleti d’élite, e non dicono nulla sul singolo avversario che hai davanti.

Per il taccuino sono un punto di riferimento: la riga utile è quella in cui scrivi come il tuo avversario se ne discosta. Attacca subito dalla prima presa o resta a lungo con tutte e due le mani sul judogi? Cerca prese non convenzionali, come quella che passa sopra la spalla e scende sulla schiena, la presa incrociata o la cintura, quando il regolamento lo consente? E soprattutto, cosa ne fa?

La sequenza delle prese

Descrivi l’ordine, non solo il risultato:

  • quale presa cerca per prima e con quale mano: la manica, il bavero, il bavero alto, la schiena passando sopra la spalla, la presa incrociata;
  • cosa fa sulle tue prese: te le stacca, le rompe con due mani, oppure lascia la sua e la rifà più in alto;
  • se attacca da una presa sola o aspetta di averne due;
  • quanto tempo passa fra la seconda presa e l’entrata.

«Destro come me. Cerca prima il bavero con la destra, poi la manica. Se gli prendo io la manica per primo, mi rompe la presa con due mani e ricomincia da capo. Attacca solo quando ha tutte e due le prese.»

Se qualcosa non l’hai visto, meglio una riga vuota che una presa inventata.

Una mano afferra la manica di un judogi blu.
Osserva con quale mano l’avversario fa la prima presa e cosa fa subito dopo.

Da che parte attacca

Anche il lato merita attenzione. Javier Courel-Ibáñez dell’Università di Granada, con colleghi di Granada, dell’Università di San Paolo e dell’Università di Niš, ha osservato in modo sistematico 242 incontri d’élite, maschili e femminili, di 12 tornei validi per il ranking mondiale; lo studio è uscito nel 2014 sull’International Journal of Performance Analysis in Sport.

Attaccare dallo stesso lato della propria presa era associato a una probabilità più alta di segnare e di vincere l’incontro, indipendentemente da sesso e categoria di peso. La configurazione più efficace erano gli attacchi dal lato della presa in kenka-yotsu, soprattutto nelle categorie più leggere. Lo stesso legame con la vittoria compariva in ai-yotsu e negli attacchi portati quando solo chi attaccava aveva la presa.

È un’osservazione su atleti d’élite, non un esperimento con judoka di club: non autorizza una regola («attacca sempre dal lato della presa») né una probabilità per il tuo prossimo incontro.

Per il taccuino ne ricaviamo una domanda in più, che è una nostra lettura e non una conclusione dello studio: da che lato fa presa, verso che lato attacca, e i due lati coincidono? Scrivi la risposta accanto alla configurazione, ai-yotsu o kenka-yotsu: anche lo studio tiene distinti i due casi.

Poi la varietà. Emerson Franchini dell’Università di San Paolo e colleghi hanno confrontato 17 medagliati «Super Elite», i migliori di ogni categoria, con altri 16 medagliati di Mondiali e Olimpiadi fra il 1995 e il 2001, in uno studio pubblicato nel 2008 su Perceptual and Motor Skills. I primi segnavano con un numero maggiore di tecniche diverse, portate in più direzioni; numero di tecniche e varietà di direzioni erano correlati con vittorie e punteggi.

È uno studio di quasi vent’anni fa, su soli medagliati, osservazionale e precedente a diversi cambi di regolamento. Lo citiamo per mostrare perché la direzione merita una riga, non come fotografia del judo di oggi o di un torneo regionale.

Nelle note, quindi, non solo la tecnica preferita, il tokui-waza, ma anche le direzioni: in avanti o all’indietro, verso destra o verso sinistra. Un avversario con una proiezione in una direzione e uno con tre tecniche in tre direzioni richiedono una preparazione diversa.

Aggiungi le preparazioni, cioè la combinazione, la finta, il passo che precede l’entrata. E cosa succede quando l’attacco fallisce: si chiude a tartaruga, si rialza, cerca il contrattacco.

Ne-waza, penalità e cosa hai fatto tu

Nel ne-waza annota:

  • quale rovesciamento cerca quando ti chiudi a tartaruga;
  • quale immobilizzazione;
  • se va sullo strangolamento o sulla leva;
  • se non attacca affatto e aspetta che l’arbitro dia matte e vi faccia rialzare.

Se l’incontro non è mai andato a terra, la riga resta vuota.

Guarda anche le penalità e il ritmo dell’incontro. Annota gli shido dati a entrambi e il motivo, così come l’hai capito tu: passività, falso attacco, uscita dall’area, una presa non convenzionale senza attacco. Aggiungi come si è comportato negli ultimi secondi e al golden score, se c’è stato. Senza citare l’articolo del regolamento o l’edizione in vigore: le regole cambiano, il comportamento dell’avversario resta un fatto.

Poi ci sei tu, ed è la riga più difficile da scrivere con onestà: dove hai perso la lotta per le prese, quando sei stato passivo, quale penalità hai preso. E la cosa che ha funzionato, anche una sola volta: serve a correggere la prima impressione.

Descrivi azioni, non stati d’animo. «Dopo il primo waza-ari ha smesso di attaccare» è una nota. «Aveva paura» non lo è: non puoi vederlo, e non ti dice cosa fare.

Una pagina per ogni avversario

Dopo ogni incontro ti consigliamo di rispondere a tre domande: cosa ha funzionato, cosa non ha funzionato e cosa provare la prossima volta. A nostro parere, in qualunque sport da combattimento o di racchetta, non c’è niente di più importante da annotare. Contesto e avversario vengono per primi, perché tutto il resto dipende da loro.

Gli studi citati non hanno indagato se tenere un taccuino migliori i risultati nel judo.

  1. Contesto. Gara e turno, oppure randori; avversario e categoria; ai-yotsu o kenka-yotsu; fonte delle note, cioè memoria, video o il racconto di chi ha guardato.
  2. L’avversario. Prima presa, con quale mano e dove; cosa fa sulle tue prese; una mano o due prima di attaccare, e quanto tempo passa prima dell’entrata; tecniche, direzione, preparazioni; lato dell’attacco uguale al lato della presa o no; cosa fa dopo un attacco fallito; cosa cerca a terra, o se aspetta il matte.
  3. Cosa ha funzionato. Le prese, gli attacchi o le difese che ti sono riusciti, anche una volta sola.
  4. Cosa non ha funzionato. Prese perse, penalità, passività.
  5. Cosa provare la prossima volta. Due aggiustamenti, ciascuno con la condizione per lasciarlo perdere.

Puoi anche sceglierne di più, ma di norma uno o due aggiustamenti sono sufficienti: con un piano troppo carico ti complichi la vita prima ancora di salire sul tatami.

Lascia in bianco quello che non sai. Se non hai contato, scrivi «più di una volta, non ho contato», e non ricavare percentuali da una sensazione. Un comportamento che si ripete in due incontri è un’ipotesi, non una regola: tieni nella pagina anche l’episodio che lo smentisce. Se c’è un video, rivedi proprio i passaggi su cui vuoi basare il piano.

La ricerca sulla memoria degli incontri non fissa una scadenza precisa oltre la quale dimenticherai una presa; se scrivi finché gli incontri della giornata sono ancora distinti nella memoria, è per praticità, non perché ci sia un termine da rispettare.

Uno schizzo del tatami o un pin sullo schema aiutano solo con un’etichetta accanto: «qui è entrato in uchi-mata mentre mi difendevo piegato». Un pallino da solo non è una nota.

Una persona in judogi bianco scrive su un taccuino aperto sulle ginocchia.
Scegli due modifiche da provare e stabilisci quando rinunciare a ciascuna.

Un incontro di torneo regionale, ricostruito sul taccuino

L’esempio è inventato a scopo didattico: non descrive utenti dell’app né osservazioni raccolte in uno studio.

Contesto. «Torneo regionale, secondo incontro della giornata, contro Davide, già affrontato una volta. Lui mancino, io destro: kenka-yotsu. Scrivo a memoria, più un video che copre solo una parte dell’incontro, girato col telefono da Sara, compagna di club. Nessun conteggio.»

L’avversario. «Prima presa: la sua destra sulla mia manica destra, poi la sinistra sul bavero alto, arrivando da sopra. Attaccava poco dopo la seconda presa. Quasi sempre uchi-mata da mancino, in avanti; ko-uchi-gari quando mi difendevo piegandomi in avanti. Tutti e due verso la sua sinistra, cioè dal lato della sua presa. Dopo un uchi-mata fallito si è chiuso a tartaruga e ha aspettato il matte.»

Cosa ha funzionato. «Una volta, con la sola presa al bavero, ho quasi segnato con o-uchi-gari: non ero del tutto disarmato.»

Cosa non ha funzionato. «Cercavo sempre il bavero per primo e perdevo la manica ogni volta. Shido per passività, se ho capito bene il motivo.»

La prossima volta. «Due cose da provare. Lottare prima per la manica e non fargli fare presa con la destra, poi attaccare presto dalla prima presa; lascio perdere se passa a prendere per primo il bavero alto, o se i miei attacchi arrivano troppo tardi per impensierirlo. Quando si chiude a tartaruga, un solo rovesciamento, quello che alleno; se si rialza subito o l’arbitro dà matte in fretta, rimetto le energie nella lotta in piedi.»

Prima di ritrovare Davide, ripassa con il maestro i due aggiustamenti; dopo l’incontro aggiorna la pagina. Sono pochi scambi, quasi tutti a memoria: indizi da verificare, non probabilità.

Prima del prossimo incontro

Riduci la pagina a due promemoria e controllali nei primi scambi: siete ancora in kenka-yotsu? Cerca ancora la manica con la destra? Se ha cambiato guardia o categoria, o se sei tu a non fare quello che avevi in mente, il piano si aggiorna lì, non a fine incontro.

Poi confronta le note su avversari diversi. Se perdi la manica con tre persone, non è più una questione di Davide: hai una domanda precisa da portare al maestro e da lavorare in randori o negli uchi-komi, con un compagno a cui chiedi di imitare quella presa.

È un uso concreto della riflessione sulla prestazione, senza attribuire alle note un miglioramento che non è stato dimostrato. Vale anche per i compagni con cui lavori a terra ogni settimana: nel diario di BJJ trovi lo stesso metodo applicato allo sparring.

In OpponentBook il judo ha uno schema del tatami, un’area di gara quadrata su cui mettere i pin, e un elenco di posizioni: «In piedi — kumi-kata», «Kuzushi (squilibrio)», «Ne-waza — kesa-gatame» e le altre immobilizzazioni, fino a «Ne-waza — difesa a tartaruga». Il taccuino è gratis.

Le note sincronizzate sono salvate nello spazio cloud che colleghi tu; il database degli account non ne conserva una copia. Quando richiedi un’operazione di IA, il contenuto necessario passa attraverso un server di OpponentBook e arriva al fornitore IA. La crittografia end-to-end (E2EE) opzionale protegge i dati cifrati anche dal fornitore cloud; foto, video e metadati dei file visibili al fornitore restano esclusi. Sono le distinzioni spiegate nell’articolo su note tattiche e privacy.

Stasera, prima che l’ultimo incontro o l’ultimo randori si confonda con il prossimo, scrivi quale presa ha fatto per prima l’avversario e cosa è successo dopo. Da lì parte il resto della pagina: cosa ha funzionato per te, cosa non ha funzionato e le due cose da provare la prossima volta.

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